25 marzo, ore 1:15

Martina non riusciva a chiudere occhio. Aveva dormito, forse, un paio d’ore dopo cena. Poi, si era svegliata di soprassalto per un forte rumore, si era alzata dal letto ed era uscita dalla sua camera. In casa non era accesa nessuna luce. Tutti dormivano. Poteva averlo sentito solo lei, quel rumore? Era tornata sotto le coperte, ma non aveva più dormito. Si era alzata di nuovo ed era andata alla finestra, aprendola.

Sul davanzale, trovò la borsetta e prese il pacchettino di Chesterfield Lights. Tirò fuori una sigaretta, la rigirò a lungo tra le dita. Non aveva mai fumato in casa, ma forse con la finestra aperta si poteva tentare. Così, l’accese: tirò una breve boccata e soffiò subito fuori il fumo, come se avesse paura che qualcuno potesse vederla, o sentirla. Nessuno sapeva che avesse cominciato, nemmeno i suoi genitori; eppure, a volte aveva la sensazione che se ne fossero accorti e avessero lasciato correre.


Forse pensavano che, fumando, Martina volesse colmare l’assenza della sorella, che quell’estate si era trasferita a Milano per frequentare la Bocconi. Martina aveva iniziato a fumare due mesi prima, il ventinove gennaio, il giorno in cui aveva compiuto quattordici anni; sì, forse in quel modo riempiva un’assenza, ma non di Tiziana, bensì la mancanza in generale, come concetto…

Continuò a fumare, poi spense la sigaretta con attenzione e la fece ricadere dalla finestra. Guardò fuori: era una notte tiepida e chiara, il cielo pieno di stelle; poi vide una luce che si allontanava. Forse il rumore che l’aveva svegliata, prima, era stato il rombo di un aereo. La pista di decollo della base militare di Gioia del Colle non era lontana da dove abitavano, però Martina non ci faceva nemmeno più caso, come la maggior parte degli abitanti del paese, ai Tornado che sfrecciavano nel cielo notte e giorno per le esercitazioni. Eppure, Martina cominciò a tremare, senza che ne riuscisse a capire il motivo, almeno non subito. Il suo corpo, prima di lei, aveva compreso, invece: quella luce, quell’aereo, non volava per un addestramento. Se ne parlava da tempo, in paese, come nel resto d’Italia e nel mondo, sui giornali, in televisione, aveva votato pure il Parlamento. Era iniziata un’altra guerra, e il contingente NATO presente all’aeroporto di Gioia avrebbe bombardato la Serbia di Milosevic.

Ecco perché Martina tremava. Quell’aereo avrebbe raggiunto ben presto la costa. Lei amava nuotare: durante l’inverno frequentava la piscina di Acquaviva delle Fonti, a pochi chilometri da Gioia; ma in estate sarebbe tornata al mare. L’amava, l’Adriatico: avevano trascorso la domenica sulla costa, vicino Polignano, a pranzo con gli zii e i cugini; Martina l’aveva osservato a lungo, il mare, era già tornato calmo, dopo le mareggiate che avevano tormentato la Puglia durante l’inverno, correnti fredde come non se ne vedevano da anni, raffiche di venti gelidi che avevano spazzato via le coste, con nevicate a macchia di leopardo nell’entroterra. Ma l’inverno era finito: la primavera si era affacciata da una manciata di giorni con la forza di una piccola estate.

Era quell’aereo, con il suo carico di bombe, che l’angosciava; non c’entravano nulla, le bombe, con una notte di primavera, con il suo mare, col cielo fino come carta velata; e a pensarci bene non c’entravano nulla nemmeno con Belgrado. Martina non l’aveva mai visitata, e non conosceva nessuno che ci era mai stato, ma aveva letto da qualche parte che era una bellissima città. E non erano solo le bombe che sarebbero cadute, ad angosciarla; d’improvviso, si rese conto che condivideva la paura del pilota di essere abbattuto.

Richiuse la finestra. Sentiva freddo, ma non voleva tornare sotto le coperte, era convinta che non sarebbe riuscita a prendere sonno. E anche se fosse successo, non sarebbe riuscita a dormire bene. Era la prima notte di guerra. Così, cercò di rubare ancora qualche minuto: mise a posto i libri del liceo nello zaino, si assicurò che i vestiti fosse ordinati, chiuse i cassetti e le ante dell’armadio. Poi, si decise a tornare sotto le coperte, tirandosele fino al mento. Si accarezzò il volto con le mani calde di tabacco, l’unica coperta possibile per i suoi pensieri. Pensò che fosse stupido, accarezzarsi come una ragazza che si vuole bene da sola; eppure, si addormentò così.